Come ti amo

Come ti amo 

Come ti amo?Come ti amo?Lascia che ti annoveri i modi

Ti amo fino agli estremi di profondità,di altura e di estensione che l’anima mia può raggiungere,quando al di là del corporeo

tocco i confini dell’Essere e della Grazia ideale

Ti mo entro la sfera delle necessità quotidiane,

ti amo alla luce del giorno e al lume di candela.

Ti amo liberamente,come gli uomini che lottano per la giustizia,

ti amo con la stessa purezza per cui essi rifuggono dalla lode,

ti amo con la passione delle passate sofferenzee quelle che da fanciulla mettevo nella fede,

ti amo con quell’amore che credevo aver smarrito,coi miei santi perduti,

ti amo col respiro,i sorrisi,le lacrime dell’intera mia vita

e se Dio vuole, ancor meglio ti amerò dopo la morte. 

Elizabeth Barrett Browning

La top ten… dei libri

Qualche settimana fa è uscito un articolo su Repubblica, riguardante la classifica dei dieci libri più belli della letteratura mondiale. Spiccano tra tutti Lev Tolstoj, con Anna Karenina e Guerra e pace. A seguire troviamo Flaubert e il colombiano Marquez, quest’ultimo ancora vivente e vincitore del premio nobel della letteratura con il suo “Cent’anni di solitudine”. Questa è la classifica stilata dagli scrittori contemporanei. Anche la mi personale classifica, comprende autori del passato, senza escludere quelli contemporanei. Ecco quali sono i libri che porterei con me ovunque (l’ordine è casuale!):

  1. Orgoglio e pregiudizio
  2. L’amante di Lady Chatterley
  3. Storia di una capinera
  4. L’esclusa
  5. Non ti muovere
  6. Cime tempestose
  7. Giulietta e Romeo
  8. Jane Eyre
  9. Chi ama torna sempre indietro
  10. Due di due

I sentimenti che animano questi libri vanno dall’amore impossibile all’amore anelato e trovato, dall’amicizia, che ci accompagna per tutta la vita e che ci sorregge nei momenti difficili, alle scelte obbligate dalla “morale” e dal mondo che ci circonda. Nel tempo la mia classifica credo cambierà, in relazione alle nuove letture, per ora però sono questi i miei libri preferiti..

CHI AMA TORNA SEMPRE INDIETRO

libro.jpgEsattamente una settimana fa, ho acquistato un libro di Guillaume Musso, dal titolo “Chi ama torna sempre indietro”. In realtà ho scoperto questo libro per caso, circa due mesi fa. Mi aggiravo tra gli scaffali di una libreria, e cercavo un libro che attirasse la mia attenzione, visto che non avevo preferenze particolari.All’improvviso sono stata folgorata da questo libro, sia per il titolo che per la copertina, delicata e calda allo stesso tempo. Lì per lì non lo acquistai, perché costava un po’ troppo. Invece lunedì scorso ho deciso di prenderlo, perché morivo dalla voglia di leggerlo. La storia è un po’ surreale, ma affascinante. Quante volte ci è balenato in testa il desiderio di tornare indietro per modificare gli eventi a nostro favore? Alcuni pensieri toccano nel profondo l’anima. Sono pensieri comuni, a cui troppo spesso, però, non diamo peso. Il concetto che regna, secondo me, è “il carpe diem” di Orazio.Nel complesso ritengo sia un buon libro, anche se risulta troppo scontato in certi capitoli e alquanto triste. Ma il finale è a sorpresa!
Giudizio finale: sono veramente felice di questo acquisto

Capitolo primo- Il primo giorno di lezione

Era una mattina calda del 23 Giugno ****. In auto, sull’autostrada, le distanze sembravano moltiplicate. L’impazienza di ritornare nella mia amata città era tanta. Avevo trascorso cinque anni della mia via, tra mille episodi, trepidazioni, amicizie, separazioni. Vi avevo trascorso gli anni dell’università, e lì, avevo imparato ad amare il mare e i marinai, il caldo sole anche d’inverno.La mia laurea, sei mesi prima, fu motivo di gioia ma anche di dolore. Dovevo dire addio alla spensieratezza della vita in collegio, alle mie amiche, che erano diventate quasi delle/sorelle, visto tutto il tempo e tutti i momenti trascorsi insieme. Dovevo dire addio alla mia città.Questo master, scoperto per caso a maggio, rappresentava per me una parentesi che mi avrebbe permesso di continuare a vivere qui e anche di guadagnare qualcosa.Nonostante tutti fossero contrari, io decisi di tentare la selezione, e la superai in modo brillante.Finalmente la macchina su cui viaggiavo giunse al campus, salutai il mio compagno di viaggio e mi recai al plesso di agraria. Il timore era tanto. Nuovi colleghi, nuova casa, nuove materie, visto che avevo conseguito una laurea in economia e mi accingevo a frequentare un master in agraria, con elementi di economia. Ma dopo un primo momento di agitazione, entrai nell’aula magna, dove ci illustrarono le materie oggetto di studio del master e ci fecero fare una breve presentazione personale.Venti corsisti, biologi, chimici, agronomi, veterinari ed economisti. Personalità diverse ma così particolari, lo capii da subito, dalla presentazione che ognuno fece di se. Non eravamo persone comuni, ma ognuno di noi aveva una particolarità che lo rendeva unico e speciale. È vero, ogni persona è unica e speciale, ma nel nostro caso non c’era un solo elemento “comune”. Finita la presentazione, mi recai in collegio, dalle mie amiche, pranzammo, ridemmo. Nel pomeriggio avevo appuntamento con il mio caro amico dell’università. Decidemmo di andare al parco, ma ahimè, giunti lì trovammo il cancello chiuso (infatti il lunedì è giorno di chiusura, ma noi non lo sapevamo!).Ci guardammo e quasi in contemporanea decidemmo di scavalcare il muretto. Per questa mia pazza idea, guadagnai graffi alle ginocchia e alla mano, ma ne valse la pena. Entrati ci accorgemmo che c’erano altri abusivi! Ci sedemmo in un posto nascosto, in modo da non dare nell’occhio nel caso passasse la guardia! Chiacchierammo tanto, erano mesi che non ci vedevamo, dal giorno della mia laurea. Il tempo volò, e la fuga all’uscita fu più complicata del previsto. Infatti, mentre all’entrata mi appoggiai ad una bicicletta per darmi una spinta, per uscire non avevo appoggi. E così, dopo risate che vaneggiavano i miei tentativi “di fuga”, finalmente il mio amico mi offrì la sua mano di appoggio.  Ero fuori! Finalmente potevo tornare in collegio. 

Donne della mia famiglia

Qualche anno fa non avrei scritto questo post. Forse perché non mi rendevo conto di quanto forti, essenziali ed uniche potessero essere le donne. Non mi rendevo conto ella fortuna che avevo.

Tra l’altro, in passato, quando per la prima volta guardai “Il mio grosso grasso matrimonio greco”

sorrisi, beffarda, alle parole della protagonista, che si reputava fortunata per essere nata nella sua famiglia, dove c’erano donne di diverse generazioni, che l’avevano supportata e aiutata in tante situazioni più o meno difficili. All’epoca, forse perché più fanciulla, le reputavo quasi ingombranti. Ora mi rendo conto che sono molto fortunata, e di questa fortuna me ne rendo conto in un momento assai particolare della mia vita. Ieri, ero a casa, e siccome nel pomeriggio sarebbe venuta mia sorella con i suoi due meravigliosi bambini a farci visita, mia madre, le mie due zie e mia nonna hanno deciso di trascorrere il pomeriggio a casa per stare tutti insieme. Successivamente si è aggiunta mia cugina, al 4 mese di gravidanza. Perché tutte queste donne insieme, di quattro generazioni diverse? Mia sorella ha scoperto di avere un problema di salute quindici giorni fa, e d’allora non passa giorno in cui non si approfitti per stare insieme, per farla svagare, per evitare che pensi troppo. In attesa dell’intervento, che, si spera, riporterà tutto alla normalità.

Questo post è un inno alle donne, fragili ma coraggiose, con un cuore grande, capaci di strapparti un sorriso anche nei momenti peggiori, che donano il loro sorriso nonostante i problemi quotidiani. Un inno alle donne, che sono di inossidabili come l’acciaio ma con un cuore tenero e gentile. Un inno alle mamme, che anche se soffrono supportano i figli, in ogni momento. Questo mio post non verrà letto da loro, che non hanno famigliarità con la tecnologia, ma è una perla che aggiungo alla mia collana di ricordi. Una collana che non si spezzerà mai.

Trenitalia e i ritardi

Non so se è un caso (sinceramente non lo credo!), ma nell’arco di quindici giorni, prendendo due treni diversi di lunga percorrenza, ho dovuto sorbirmi ritardi assurdi!

Ecco in breve descritta la mia odissea!

– 23 Febbraio 2007: IC Bari- Roma: Salgo a Trani, ma dopo pochi km, precisamente nella stazione di Barletta, ci chiedono di avere pazienza, perché a causa di un guasto alla rete elettrica nei pressi di Foggia, il treno subirà un ritardo di 60 minuti! Rivoluzione generale! È un venerdì pomeriggio e molti tornano a casa dopo settimane di lavoro lontani dai cari. Molti sono militari in licenza breve, che vedono andare in fumo i progetti fatti per il venerdì sera. Molti altri, come me, rischiano di perdere le coincidenze con altri treni. Ma ci tranquillizza l’idea che è ancora pomeriggio, sono le 16.30! Il treno riparte dopo 20minuti. Tutti sono più sorridenti. Ottimismo insensato. Dopo un brevissimo tratto ci fermiamo in piena campagna. E così per non so quante volte. Rabbia generale, lamentele e insulti rivolti ai controllori e ad un dirigente che viaggiava con noi. Arriviamo nella stazione di Foggia alle 19.30!! pochissimi km in così tante ore. La coincidenza che dovevo prendere sarebbe dovuta partire alle 19.50. Sarebbe, perchè in realtà è stato soppresso senza avvisare gli ignari viaggiatori, tra cui un marinaio che era nell’intercity con me e che sarebbe dovuto arrivare a Campobasso. Lo sfinimento è tale che accettiamo rassegnati anche questa cosa sperando solo di arrivare al più presto a casa.

– 04 Marzo 2007: Intercity Bologna Bari: 50 minuti di ritardo, per un guasto ora per problemi alla rete elettrica, ora ad una carrozza, ora alla linea! Purtroppo il ritardo è aumentato durante il viaggio, arrivando a 2 ore e 15 minuti! Eravamo increduli! Tuttavia, TRENITALIA, per scusarsi del disagio che ci stava arrecando, ci ha offerto un sacchetto con acqua, succo, biscotti e Tuc.

Ora mi chiedo: sono sfortunata io o      è diventato frequente che i treni facciano ritardo? E poi: dove vanno a finire i soldi degli aumenti, visto che da ottobre,i rincari ammonteranno a 25%?

Spero si sia trattato di sfortuna! Ma sinceramente non credo!

Mi chiedo: che fine fanno le entrate dovute agli aumenti, che da ottobre prossimo arriveranno al 25% per gli intercity, ed al 30% per gli eurostar??

La mimosa, fragile e gentile

mimosa.jpgIn un paese lontano, all’altro capo del mondo, nell’isola di Tasmania, ed in un tempo altrettanto lontano, nacque il fiore della mimosa. 
Gli abitanti dell’isola ne raccontano la leggenda.
In quel tempo, l’isola era dominata da un re guerriero, molto coraggioso e bello, alto ed agile, di pelle scura e coi capelli neri e lucenti come l’ala dei corvi, ma col cuore indurito dalle numerose battaglie. Così era tutta la sua gente: alta, scura di pelle e brusca di modi, con lunghi, lisci capelli a incorniciare il viso severo. Essi amavano i combattimenti contro le numerose tribù nemiche, e le cacce pericolose alle belve che infestavano l’isola. Combattimenti e cacce che affrontavano con altre grida crudeli, per spaventare il nemico.
Un giorno, durante l’ennesimo combattimento, il re venne gravemente ferito. 
La madre e la sorella del re amavamo molto il loro caro, ma non amavano affatto la sua bella e giovane moglie, che non giungeva gradita al loro cuore, duro quanto quello di lui. La giovane regina era una creatura del tutto diversa, piccola di statura, timida e gentile, con i capelli arruffati in corti riccioli, biondi come batuffoli d’oro, la pelle dorata come miele puro e una bassa voce soave che sembrava una musica. 
Pareva giunta lì da un altro mondo, la piccola regina, da un mondo di fiori, di sorrisi e di pace. Le due donne, scarne, scure e crudeli come il loro congiunto regale, erano inevitabilmente gelose della dolce, tenera bellezza di lei.
Approfittando della timidezza della piccola sposa, le due donne si precipitarono a curare il loro congiunto, trattenendo con vari pretesti la moglie lontana dalla tenda dove giaceva il ferito. Lei si disperava, perché era molto innamorata di quel suo marito rude e forte, ma non osava far valere i propri diritti di moglie, dimentica, nel suo sgomento, che erano anche doveri, temendo di far cosa sgradita alla suocera ed alla cognata, e quindi di turbare la convalescenza dell’uomo che amava. 
La piccola regina era sola, nessuno la consigliava, perché i cortigiani, con la viltà dei deboli, si erano schierati dalla parte che intuivano più forte, e crudele, in quella lotta silenziosa per impadronirsi del cuore del Re.
Passarono i giorni, che divennero settimane, e poi mesi. Quando infine il Re fu guarito era ormai solo desideroso di punire la piccola regina le cui visite aveva tanto aspettato, senza che il suo orgoglio di re gli avesse permesso di ordinare la presenza della donna che nel suo cuore invocava. E dunque il Re bandì dal suo cospetto, senza esitazione, la giovane moglie innocente, senza nemmeno volerne ascoltare le ragioni, tanto il solo vederla, ormai, gli riusciva sgradito.
Giunse infine il fratello a riprendersela, il fratello, della stessa impietosa razza del Re. 
Venne per riportarla a casa, ripudiata, libera, lei che era cinque volte madre, di darsi ad un altro uomo. 
Ed in soli sette giorni il fratello la rimaritò ad un Principe di luoghi lontani, distanti dal regno dal quale la piccola regina era stata senza colpa bandita.
Pure, timida e dolce com’era, la piccola, infelice Azar, ormai senza più lacrime né desideri, non si ribellò al suo destino. Chiese soltanto, come dono di nozze, un velo che le consentisse, nel lungo viaggio per raggiungere la sua nuova dimora, di coprirsi il volto ed il corpo, per non essere riconosciuta quando fosse passata dalle terre di Asan, padre dei suoi figli e crudele signore, poiché l’incontro coi suoi piccoli le avrebbe senza alcun dubbio spezzato il cuore.
Il Principe suo nuovo sposo era meno duro di cuore di Asan, e in qualche modo la disarmata dolcezza della piccola regina scacciata dal suo regno ebbe a parlare al suo cuore. La giovane ebbe dunque il suo velo, col quale si ricoprì interamente. Ma quando passò davanti alla reggia che era stata sua, i figli di lei, che ogni giorno spiavano dall’alto delle torri il ritorno della madre, la riconobbero nonostante il lungo velo ed accorsero piangendo e invocando a gran voce il suo ritorno.
Ancora una volta, Azar fece appello alla pietà del suo nuovo Signore, chiedendo che le fosse consentito fermarsi un momento, e lasciare un dono a ciascuno dei figli. Ed il Principe ebbe ancora una volta pietà della piccola sposa disperata, e acconsentì alla richiesta. Così, Azar poté regalare ai suoi bambini stivali trapunti d’oro, e lunghe, ricche vesti alle fanciulle, e lascio un abitino per il più piccolo, che dormiva ignaro nella culla. Il padre però, da lontano, vide tutto questo, e richiamò a sé i figlioli, che dimenticassero in fretta la madre indegna di loro.
Azar sentì quella voce dura dettare ancora una volta il suo destino, e ancora non seppe trovare parole a difesa della sua inutile innocenza. Si accasciò allora, ormai sfinita dall’ingiustizia e dal dolore, e sopra di lei il lungo velo di nuova sposa si posò pietoso a coprirla da tutti gli sguardi.
Andò più tardi il suo nuovo Signore a riprendersi l’infelice creatura, deciso a regalarle una vita intera di felicità. Ma ormai il destino di Azar era giunto a compimento. 
E fu così che il Principe pietoso, sotto il lungo velo che era stato il suo dono di nozze, non trovò che un fragile arbusto fiorito di mimosa, ben abbarbicato con le sue radici alla terra, deciso a non lasciarsi strappare dal luogo dove era tutto il suo cuore, i piccoli fiori odorosi a ricordare ai figli di Azar i batuffoli biondi che ricoprivano il capo della loro madre, al tempo in cui era stata felice.
Ad Azar, così dolce, remissiva, obbediente e infelice, il tempo renderà poi giustizia alla sua bizzarra maniera: perché il fiore nato da lei verrà riconosciuto da tutte le donne come il simbolo della propria presa di coscienza, e della capacità di decidere esse stesse il proprio destino. 
Apparentemente delicato, in realtà forte e resistente, impossibile da sradicare, contro il suo volere.